Incertezza e corsa contro il tempo. Domani scadrà il cessate il fuoco, Donald Trump sostiene che non sarà prorogato e senza un’intesa «pioveranno molte bombe» sull’Iran. Ma aggiunge: «L’accordo con l’Iran arriverà in tempi brevi e sarà migliore di quello che fece Obama». Le varie anime di Teheran, dopo che gli americani domenica sera hanno sequestrato un cargo iraniano in applicazione del blocco navale, per tutta la giornata di ieri hanno ripetuto che non avrebbero inviato una delegazione a Islamabad, in Pakistan. La città è blindata per il secondo round di colloqui. Al contrario, la Casa Bianca ha ripetuto che il team americano, con Vance, Witkoff e Kushner era in partenza lasciando trapelare notizie discordanti («è già partito», «partirà nelle prossime ore»). L’ultima versione è che la delegazione arriverà in Pakistan oggi. La corsa contro il tempo non serve solo a evitare nuovi bombardamenti, che causerebbero vittime e distruzione in Iran e la conseguente risposta dei Pasdaran con missili e droni su tutta la regione. Ogni giorno che passa con lo Stretto di Hormuz chiuso dagli iraniani e con il blocco navale imposto dagli americani, avvicina il mondo al burrone di una crisi energetica che si trasformerà in crisi economica. Ecco, ieri sera i media americani hanno assicurato che dietro ai proclami e alle tensioni, la diplomazia stava lavorando e il filo del dialogo, per quanto esile, non si era spezzato. Il New York Times ha scritto che una delegazione iraniana stava partendo per il Pakistan. Il capo negoziatore, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, sarebbe andato solo se a rappresentare la controparte ci fosse stato il vicepresidente JD Vance. Simile la ricostruzione della Cnn. Infine, il Wall Street Journal ha scritto che Teheran aveva confermato ai mediatori l’invio di una delegazione. Il network Al Jazeera, che ha il suo quartier generale in Qatar, ha fornito questo quadro: «Una fonte pakistana ha dichiarato: “Ci aspettiamo che il secondo round di negoziati tra Washington e Teheran inizi martedì pomeriggio - quindi oggi - e che la delegazione iraniana arrivi in mattinata, in un orario simile a quello della delegazione americana”». Ghalibaf però nella notte ha dichiarato: «Non accettiamo negoziati sotto minaccia». I punti irrisolti sono numerosi. Il capo di stato maggiore dell’esercito del Pakistan (Paese mediatore), Asim Munir, ha spiegato a Trump che il blocco navale imposto dagli Usa era un ostacolo alla ripresa dei negoziati. Il presidente americano avrebbe dato rassicurazioni. Ma nelle dichiarazioni successive Trump ha affermato: «Il blocco è molto potente, molto forte. Perdono 500 milioni di dollari al giorno finché il blocco è in vigore. Lo controlliamo noi, non lo controllano loro». Vero, così come è vero che la speculare chiusura dello Stretto di Hormuz, che impedisce il passaggio delle petroliere, sta materializzando lo spettro di una crisi economica mondiale che, al di là delle dichiarazioni di facciata di Trump, non risparmierebbe neppure gli Usa. Nello stallo alla messicana tra Iran e Usa, il nodo più intricato è quello del programma nucleare a cui Teheran non vuole rinunciare (ma solo per la parte civile, dicono in Iran) e del destino dell’uranio arricchito. Inoltre, le diverse correnti che caratterizzano la Repubblica Islamica, con le Guardie rivoluzionarie che sostengono una linea intransigente alimentata anche dai proclami di Trump, ampliano i margini di incertezza. Il presidente statunitense, però, ripete che l’accordo «ci sarà domani» e che è pronto a incontrare i leader iraniani. Intanto silura un’altra ministra, quella del Lavoro Lory Chavez-De Remer (protagonista di una serie di scandali).