Quella nel Golfo Persico è una situazione difficile. Non è una pace, ma non è nemmeno una guerra. È una tregua armata sull'orlo di crollare e caratterizzata da continue minacce. Un braccio di ferro che è stato chiaro anche ieri. Donald Trump, pronto a sbarcare a Pechino dal Xi Jinping, ha detto che «non bisogna avere fretta» nei negoziati, ma ha anche ammesso di avere contatti diretti con gli iraniani. Il presidente degli Stati Uniti ha ribadito la sua linea rossa sul nucleare. Si è detto «sicuro al 100%» che Teheran non arricchirà più l'uranio e che la sua «polvere» sarà consegnata direttamente agli Usa (o al limite anche alla Cina).
Ma dall'Iran, i dirigenti del regime hanno lanciato avvertimenti altrettanto espliciti. Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione parlamentare per la sicurezza nazionale e la politica estera, ha detto che in caso di nuovi attacchi Teheran porterà l'arricchimento dell'uranio al 90%. Secondo Rezaei, il parlamento è pronto a discutere di questa proposta. E qualora venisse approvata, questa opzione calerebbe una vera e propria scure sulle trattative legate al programma nucleare.
A Teheran sembra ormai regnare la linea dell'intransigenza. Il presidente del parlamento, Mohammed Bagher Ghalibaf, sul social X ha confermato che la Repubblica islamica non vuole scendere a compromessi nemmeno sull'ultima proposta bocciata da Trump. «Non c'è altra scelta se non quella di accettare i diritti del popolo iraniano, come delineato nella proposta in 14 punti», ha sentenziato.










