Donald Trump sa che questa volta il summit con Xi Jinping sarà molto complesso e toccherà tre punti. La guerra in Iran, che lui sperava di poter chiudere prima dell’incontro tanto da averlo posticipato, la lista infinita di questioni commerciali per evitare un nuovo scontro con la seconda economia del mondo e la questione dell’intelligenza artificiale. In tutto questo si intrecciano diverse strategie alle quali la Casa Bianca sta lavorando da settimane per rendere la visita di questa settimana a Pechino efficace: prima tra tutte la presenza di 16 ceo delle aziende più importanti degli Stati Uniti, inclusi Elon Musk di Tesla e Tim Cook di Apple.
L’incontro che inizierà domani sarà la prima visita di un presidente americano in Cina in quasi dieci anni (l’ultima volta ci era andato lo stesso Trump) e porterà come obiettivo principale la questione di Teheran, visto che l’economia mondiale rischia il collasso se lo Stretto di Hormuz non tornerà alla normalità il prima possibile: la guerra infatti continua a non progredire dopo la controproposta iraniana che proprio ieri Trump ha rifiutato definendola «stupida» sembra che le possibilità di una soluzione siano sempre più lontane. «Il cessate il fuoco è tenuto in vita artificialmente», ha detto ieri Trump dalla Casa Bianca, aggiungendo di avere un «piano». Il presidente sa bene che questa volta un intervento cinese potrebbe fare molto per mettere fine a una guerra che rischia di distruggere la crescita mondiale. E sa anche che si presenterà in una posizione di debolezza rispetto allo scorso meeting, avvenuto a margine del summit dell’Apec in Corea del Sud alla fine dello scorso ottobre. La stampa cinese ha definito gli Stati Uniti come «un gigante che zoppica» sul fronte militare dopo mesi di bombardamenti in Iran che hanno diminuito gli armamenti del Pentagono. Per questo, sostengono gli analisti, Xi potrebbe intervenire non per permettere che la guerra finisca con una vittoria americana, ma semplicemente per convincere quella parte del regime ancora al potere a riaprire lo Stretto di Hormuz che resta un passaggio fondamentale per i traffici commerciali di Pechino. La Cina compra la maggior parte del petrolio iraniano e di recente il segretario al Tesoro, Scott Bessent, aveva chiesto a Pechino di «farsi avanti con un po’ di diplomazia». Questa diplomazia poche settimane fa aveva convinto il regime di Teheran a presentarsi ai colloqui di pace di Islamabad. Ma in questo momento la fiamma della diplomazia sembra essere molto debole. Diverse fonti sostengono che sia Washington che Israele potrebbero pensare a nuove missioni lampo per mettere al sicuro lo Stretto di Hormuz (in questo caso con l’aiuto dell’Europa) o per confiscare tutto l’uranio dell’Iran. Intanto le difficoltà di questo piano di pace si stanno facendo sentire di nuovo anche negli Stati Uniti.









