C’è una domanda che meriterebbe una risposta definitiva che ancora non c’è. Perché Donald Trump nella notte tra il 27 e il 28 febbraio ha deciso di bombardare l’Iran? Tralasciamo le ragioni politiche. L’avversione della sua base elettorale, quella dei Maga, totalmente contraria a vedere impegnata l’America in guerre lontane dai suoi confini. Ma probabilmente la più grande sottovalutazione del Tycoon ha riguardato le conseguenze economiche della guerra per gli stessi Stati Uniti. Basta guardare le ultime previsioni a un mese dall’inizio delle ostilità. Per Moody's Analytics oggi c’è il 48% di probabilità che il Paese finisca in recessione in 12 mesi. Per Goldman Sachs questo rischio è salito al 30 per cento.

The Donald ha sbagliato i suoi calcoli, dicono oggi i più sul mercato. Nonostante il calo limitato dell’S&P500 in un mese (-6%). Contava di poter archiviare il suo sostegno alla mossa di Israele pensando a un blitz un po’ più complicato del Venezuela. E sperava nella rivolta interna. Non aveva messo in conto tanta resistenza del regime, la ragione di “sopravvivenza” degli ayatollah. Così si è trovato a dover manipolare il petrolio, tra annunci e marce indietro, pur di guadagnare tempo, quella manciata di settimane che, nella sua mente, dovevano bastare per archiviare anche il dossier Iran, «una piccola deviazione». Il rialzo «transitorio» del greggio doveva rimanere solo «un piccolo prezzo da pagare per la pace e la sicurezza degli Usa e il mondo». Per il presidente Usa, «solo i pazzi la pensano diversamente». Almeno per ora il film è completamente diverso. Soltanto un mese fa la benedizione di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve doveva essere per Trump l’assicurazione sui prossimi tagli dei tassi, la leva considerata indispensabile dal tycoon per spingere la crescita e per limitare il fardello del debito in tempi di espansione fiscale. Esattamente un mese fa il mercato scontava fino a tre tagli dei tassi da un quarto di punto entro l’anno, mentre oggi c’è chi tra i trader di bond corre a “proteggersi” dal rischio che la Fed sia costretta a un rialzo dei tassi in caso di emergenza, di un conflitto ben più lungo delle previsioni di Trump. Gli ultimi segnali dal campo rilanciano l’ipotesi di un possibile intervento di terra sull’isola di Kharg attraverso la quale transita il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Come se questa mossa potesse essere quella finale per controllare il destino della guerra. Poi è arrivata l’estensione al 6 aprile della finestra di dialogo verso un accordo, sotto l’ennesima pressione dei mercati. Non c’è molto tempo per Trump. Il suo problema è ora trovare un “exit strategy” che metta al sicuro i prezzi del petrolio, e quindi di benzina e diesel, mentre si avvicina il confronto con gli americani fissato con le elezioni di Midterm di novembre. Il Brent di Londra, di nuovo oltre la soglia dei 100 dollari al barile, è salito del 44% dall'inizio della guerra. Ha anche toccato i 120 dollari in queste settimane. E il miracolo è stato per Trump tenere lontano il greggio dai 200 dollari minacciati dall'Iran.