Quali sono i pro e i contro di un intervento diretto degli Stati Uniti nell’offensiva lanciata da Israele contro l’Iran? Il ragionamento si può sviluppare sul terreno puramente militare, per esempio partendo dal vecchio presupposto (non so quanto valido tuttora) che solo gli americani abbiano bombe così potenti da penetrare fino ai super-bunker sotterranei dove gli ayatollah nascondono la parte più pericolosa del loro programma nucleare. In tal caso la decisione Usa potrebbe essere condizionata dalla necessità di mettere la parola fine alla minaccia nucleare, scongiurando il rischio che una missione esclusivamente israeliana rimanga incompiuta. Poi ci sono tutte le considerazioni geopolitiche: quali benefici ricaverebbe, e quali prezzi eventualmente potrebbe pagare, un’America che faccia guerra all’Iran in proprio, non limitandosi più a fornire aiuti di varia natura a Israele. Può giocare perfino una sorta di invidia del successo: se Trump ha motivo di credere che Netanyahu sia vicino a «risolvere la questione iraniana» – un problema che perseguita tutti i presidenti americani dalla presa di ostaggi sotto Jimmy Carter in poi – il 47esimo inquilino della Casa Bianca può avere l’irrefrenabile desiderio di prendersi la sua parte di questa storica svolta, visto che comunque gli aiuti militari americani a Israele sono consistenti.