Un messaggio che per Teheran è risuonato come un inquietante campanello d'allarme. Trump non ha mai nascosto la sua avversione nei confronti della Repubblica islamica, elemento dimostrato soprattutto dai raid condotti insieme a Israele contro il programma nucleare iraniano nella guerra dei 12 giorni. Ma la minaccia di un possibile intervento in caso di aumento delle violenze rappresenta una svolta nella strategia di The Donald, tanto più in questo secondo mandato in cui il presidente Usa ha più volte fatto capire di colpire quando e dove ritiene più opportuno. E senza passare dai tradizionali canoni della liturgia diplomatica.
La reazione dell'Iran non si è fatta attendere. Subito dopo l'attacco di Trump, Ali Larijani, consigliere della Guida suprema Ali Khamenei, ha avvertito il presidente Usa di «stare attento», perché «dovrebbe sapere che qualsiasi interferenza americana in questa questione interna equivarrebbe a destabilizzare l'intera regione e danneggiare gli interessi americani». E poi. «Stia attento ai suoi soldati», ha aggiunto Larijani. E anche il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf, ha "suggerito" che le basi e le forze statunitensi presenti in Medio Oriente potrebbero diventare «obiettivi legittimi», in caso di attacco di Washington. Dura è stata anche la presa di posizione del ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, che definito le frasi di Trump «avventate e pericolose» e «probabilmente influenzate da chi teme la diplomazia o ritiene erroneamente che sia inutile». E Araghchi, dopo avere annunciato che le forze armate sono già state messe in stato d'allerta, ha ricordato che «il grande popolo iraniano respingerà con forza qualsiasi interferenza nei propri affari interni».







