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17 GIUGNO 2025

Ultimo aggiornamento: 20:42

Donald Trump dice da mesi di essere alla ricerca di un accordo sul nucleare iraniano. Sulla strada verso quello che per il presidente degli Stati Uniti sarebbe il primo risultato da rivendicare sul piano internazionale come una vittoria si staglia un ostacolo: Israele. Con l’attacco all’Iran il governo di Benjamin Netanyahu ha messo nel mirino anche le trattative difficoltosamente avviate negli utlimi mesi da Washington e Teheran, nella convinzione che un’intesa finirebbe per rafforzare il regime degli ayatollah nella regione. Anzi, da anni Israele chiede a Washington di metter fine con la forza al programma nucleare della Repubblica islamica, ovvero bombardando i due principali impianti di arricchimento dell’uranio del paese, quelli di Fordow e Natanz. Finora prima Joe Biden e poi Trump hanno resistito, ma adesso il tempo dell’attesa sembra essere finito. Il tycoon sta seriamente pensando di entrare in guerra al fianco di Tel Aviv. Con un unico obiettivo, neanche a dirlo: eliminare la minaccia nucleare di Teheran.

Nel mirino di Israele e degli Usa ci sono i due principali impianti di arricchimento dell’uranio del paese, tenuti sotto osservazione nell’ambito dell’accordo Jcpoa firmato nel 2015 e citati nell’ultimo report pubblicato il 31 maggio dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica, alla base della risoluzione adottata giovedì 12 giugno dalla stessa Aiea presa a pretesto da Israele per attaccare. Fordow è la struttura simbolo del programma nucleare iraniano, costruita nei pressi della città di Qom, circa 150 km a sud di Teheran, la cui esistenza è stata confermata dall’Iran all’Aiea nel 2009 in seguito a una fuga di documenti messa a segno dall’intelligence israeliana. Non esistono cifre ufficiali, ma secondo uno studio pubblicato a marzo dal think tank britannico Royal United Service Instituite, i suoi impianti sarebbero stati realizzati a una profondità tra gli 80 e i 90 metri nel terreno. Più in superficie si trovano le strutture di Natanz, a 220 km a sud est della capitale, il cui impianto principale secondo il Rusi si trova a “8 metri di profondità” anche se protetto da “12 metri di calcestruzzo armato” e nel cui sito sarebbero in corso lavori per la realizzazione di un nuovo impianto “a una profondità stimata di 80-100 metri”. Secondo l’Institute for Science and National Security, think tank anti-nuclearista tenuto in considerazione a Washington, Teheran “ha ora circa 14.689 centrifughe avanzate installate a Natanz e Fordow, la maggior parte delle quali è impiegata nell’impianto di arricchimento del combustibile di Natanz”.