Il Memorandum d’intesa tra Iran e Usa è carta straccia. Donald Trump è frustato per quello che si sta rivelando l’ennesimo fallimento. In un crescendo di rabbia e delusione domenica 19 luglio decide di agire. Lo chiamano da News Nation. Accetta di partecipare a una diretta via telefono e quando gli chiedono qualcosa sulla guerra in corso nonostante la pace da poco siglata esplode con tono sprezzante: «Di quel documento me ne può fregare di meno«. Gli ayatollah nel giro di poche ore replicano: «Gi Usa hanno violato ogni loro impegno prima ancora che l’inchiostro della loro firma si fosse seccato. A questo punto disconosciamo l'accordo». Il nuovo capitolo di questo conflitto infinito, iniziato il 28 febbraio scorso e mai interrotto, sono dieci notti di bombe e missili su almeno sei province dell’Iran.Gli Usa lamentano almeno 16 vittime tra i suoi soldati. Sono i primi dello scontro. Una ferita profonda nell’animo americano e un incubo che evoca gli spettri del Vietnam. L’Iran si lecca le sue ferite: denuncia 50 morti e 500 feriti. Ci sono anche cinque donne e due minorenni. La fragile intesa tra Washington e Teheran è saltata prima ancora di cominciare. Eppure, sotto i 14 punti del protocollo d’intesa ci sono le firme di Donald Trump e del presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Erano state apposte, da remoto, il 17 giugno scorso. Si prevedevano 60 giorni di trattative sui tre punti più spinosi dell’accordo: apertura di Hormuz, disgelo dei fondi iraniani sequestrati e risarcimento con 300 miliardi di dollari per i danni inflitti nel conflitto, riduzione al 3,5 per cento dell’uranio arricchito al 60.È bastato poco per far saltare tutto. Due razzi sparati dai pasdaran, nuovi padroni dell’Iran, contro una petroliera che cercava di forzare il blocco dello Stretto, quindi la reazione Usa contro alcune infrastrutture militari e petrolifere dell’antica Persia, seguita dalla nuova risposta di Teheran sui Paesi del Golfo che ospitano le basi americane. Che fosse un accordo debole e generico si era capito sin dall’inizio. Il dettaglio che la tregua riguardasse anche la fine delle ostilità di Israele in Libano era stato messo in dubbio, persino negato da Benjamin Netanyahu che insisteva a bombardare tutto il Sud del Paese dei cedri. A Washington il Memorandum di Islamabad veniva visto come una resa. Un accordo che ricalcava quello del 2015 siglato dall’ex presidente Barack Obama e che Trump si era affrettato a stracciare perché «pessimo». Netanyahu scalpitava. Aveva bisogno di proseguire la sua guerra contro il nemico storico. I sette fronti aperti sin dal massacro del 7 ottobre 2023 non avevano prodotto alcun risultato. Invadere il Sud del Libano fino al fiume Litani non era solo una questione di sicurezza nei confronti di Hezbollah. Faceva parte del suo piano per allargare i confini del Grande Israele.Ma il tycoon deve affrontare altri problemi. Soprattutto interni. La base Maga è insofferente, il prezzo del petrolio è di nuovo schizzato sopra i 90 dollari. La benzina aumenta anche per gli automobilisti americani. Il Senato Usa minaccia di votare un decreto che obbliga il presidente a non proseguire il conflitto, la Corte Suprema boccia per la prima volta la sua politica sui dazi, le incursioni violente dei coloni in Cisgiordania indignano. Ormai si parla apertamente di genocidio.Donald Trump perde la pazienza e impone al suo fedele alleato una tregua in Libano. Convoca gli ambasciatori dei due Paesi alla Casa Bianca: fa firmare ad entrambi un accordo sulla fine dei bombardamenti e il ritiro graduale dell’Idf. Ma anche questa è un’intesa farraginosa, quasi estorta, comunque sottoscritta con riluttanza soprattutto da parte libanese. A Beirut si grida alla resa, il governo del presidente Joseph Aoun non è in grado di disarmare Hezbollah.Tutto resta immutato. L’Idf ha fatto terra bruciata nel Sud del Libano e costretto alla fuga un milione e mezzo di residenti. È l’ennesimo accordo che vacilla e poi naufraga. Così è accaduto con quello sottoscritto in pompa magna a Sharm el-Sheikh per la pace a Gaza il 13 ottobre 2025. I quasi 2 milioni di gazawi sopravvissuti alla mattanza scatenata da Israele dopo la strage dei kibbutz vivono in mezzo alle macerie, tra malattie, fame e topi che mordono i bambini denutriti. Secondo l’intesa, le forze di Tsahal dovevano controllare il 53 per cento della Striscia lasciando il restante 47 ai palestinesi. Oggi l’occupazione si è estesa al 70 per cento. Il conteggio di 73 mila vittime è adesso considerato «sostanzialmente accurato» perfino da Israele. Di queste, 21 mila sono bambini. Stessa sorte sta subendo la Cisgiordania dove il 42 per cento è stato conquistato con la forza dai coloni. Anche qui i morti sono 500. In tre anni hanno superato il totale degli ultimi 17. In Libano 500 km quadrati sono sotto il controllo dell’Idf: il 15 per cento del totale. Le vittime sono 2.500 e i feriti 6.500.Le elezioni in Israele sono alle porte. Si vota il 27 ottobre e il governo di estrema destra di Netanyahu, in difficoltà, ha sfruttato gli ultimi giorni di sessione parlamentare per approvare leggi che puntano a consolidare il sostegno degli alleati messianici. Dall’esenzione generale del servizio militare per gli studenti della Torah al varo di decine di nuovi insediamenti nei Territori occupati.Il rischio di una ripresa in grande stile della guerra contro l’Iran è più che concreto. Israele per il momento resta alla finestra. Avrebbe poco da guadagnare da un conflitto esteso e prolungato. Per Trump è diverso. Deve spiegare alla sua base elettorale perché non è più l’uomo della pace ma quello della guerra. È tentato dalla spallata a un regime che si è dimostrato molto più forte di quello che il suo alleato in Medio Oriente gli aveva prefigurato. Aumenta le sue bordate con minacce apocalittiche. Ordina l’invio di altri dieci aerei cisterna in Israele, questa volta destinati a basi militari. Avverte i cittadini americani di evitare viaggi nella regione.È tutto pronto per un’invasione di terra. Sarebbe l’opzione estrema, la soluzione che il tycoon stesso non vuole. Piuttosto che spiegare perché aumenta il costo del carburante, distoglie l’attenzione denunciando il voto elettronico e rilancia il rischio di una frode. Rimasti finora in silenzio, anche gli Houthi escono allo scoperto. C’è lo spettro di un blocco anche dello stretto di Bab el-Mandeb, davanti allo Yemen, altro punto nevralgico per agli approvvigionamenti energetici mondiali. L’Iran tiene in scacco il suo storico nemico. Donald Trump ha fallito nel campo dove si considera il migliore: quello dei negoziati. Ora teme una sonora sconfitta anche nelle elezioni di midterm.
La trappola in cui Trump rischia tutto
La tregua con Teheran è saltata, il conflitto in Libano non si ferma, il prezzo del petrolio sale e gli americani contano le vittime. E il tycoon medita un altr










