Sono bastati venti giorni perché il cessate il fuoco si trasformasse in quella che a Teheran chiamano ormai «diplomazia coercitiva americana», e non più un accordo. Tutto sembra essersi trasformato in un terreno di scontro su cui entrambe le parti misurano quanto l’altra sia disposta a cedere.
Donald Trump ha annunciato la fine degli accordi e del cessate il fuoco. Ma la credibilità presidenziale è limitata a ore. Ed ecco l’ambasciatore iraniano all’Onu, Amir Saeid Iravani, porre la pietra tombale: se Washington continuerà a violare gli obblighi assunti, l’Iran non si considererà più vincolato al Memorandum.
Al di fuori dell’ultimatum Usa ad effetto che chiede un «pentimento» pubblico iraniano, il nodo più duro resta lo Stretto di Hormuz. L’Iran rivendica il diritto sovrano di regolarne il traffico per ragioni di sicurezza, e ha istituito allo scopo l’Autorità del Golfo Persico. Gli Stati Uniti respingono in blocco la rivendicazione: nessuna giurisdizione iraniana su acque che riguardano anche altri Stati, nessun pedaggio, nessuna restrizione al passaggio.
LE DUE LETTURE DELL’ACCORDO, a questo punto, non si sovrappongono più: Washington sostiene che l’Iran abbia violato il Memorandum attaccando navi commerciali in transito su rotte approvate da Stati Uniti e Oman. Teheran ribatte che sono gli Stati Uniti ad aver tradito l’intesa, lasciando transitare navi in zone dichiarate «ristrette» e non ritirando le forze israeliane dal Libano meridionale – impegno previsto dal primo paragrafo del testo.









