Per celebrare l’ottantesimo compleanno di Donald Trump sono stati mobilitati i cinque rami dell’esercito e i massimi simboli nazionali convertiti in oggetti di scena di una apoteosi sceneggiata per massimo effetto con l’annuncio finale dell’accordo siglato con l’Iran. Dopo i giochi, il dono di pace di un sovrano severo ma benevolo. Nella conversione definitiva dell’apparato statale in apoteosi trumpiana, i gladiatori scalzi sono stati ripresi mentre si riscaldavano nei saloni cerimoniali della residenza presidenziale. Lunghi piani sequenza steadycam li hanno accompagnati dallo studio ovale, sotto la colonnata e davanti ai ritratti dei presidenti americani, fino alla gabbia ottagonale dei combattimenti.

I FUOCHI d’artificio e le “ring girls” fasciate di vestiti-bandiera hanno distillato un sovraccarico sensoriale di iconografia patriottarda tale da rasentare le immagini iperreali di Ai che iI presidente suole postare sul suo social. A seguire sui maxischermi dislocati all’esterno del perimetro, una convention manosferica di decine di migliaia di giovani maschi.

La profanazione della residenza presidenziale in fondale per un pay-per-view di sport estremi (la visione richiedeva l’abbonamento a Paramount+, la piattaforma ora controllata dagli Ellison, magnati filotrumpiani) ha esaltato i fedelissimi Maga, inneggianti alla rivalsa della «America vera» sui pavidi woke, consacrando il dileggio degli avversari a policy di governo. Ciliegina sula torta tossica è arrivata la dichiarazione del fighter Josh Hoikit che nel microfono del ring ha urlato: «Michelle Obama è un uomo!».