In meno di ventiquattr'ore Donald Trump ha percorso l'intera parabola dalla minaccia alla vittoria proclamata, con l'Iran nel ruolo di nemico giurato al mattino e di interlocutore a bordo accordo la sera. Il copione è quello classico del tycoon: pressione massima, annuncio a sorpresa, dichiarazione di trionfo. Stavolta però il mondo aspetta di vedere la firma.

Tutto è precipitato — o si è sbloccato, dipende dal punto di osservazione — nella notte italiana. Trump stava parlando in un comizio telefonico a sostegno di un candidato governatore in Georgia quando ha lanciato la notizia come fosse un'ovazione: «Non so se lo sapete, ma oggi abbiamo posto fine alla guerra con l'Iran». L'Iran, a suo dire, ha accettato di non dotarsi mai di armi nucleari. «Era l'obiettivo principale, era il 95% della questione». Poche parole, nessun documento, nessuna conferenza stampa. La diplomazia di Trump funziona così: prima l'annuncio, poi i dettagli.

I dettagli, però, continuano a non tornare. Poche ore prima, sul suo Truth, il presidente aveva usato toni ben diversi. Le condizioni trapelate da Teheran erano state bollate come «fake news che non hanno nulla a che fare con i termini concordati per iscritto». L'Iran, a suo giudizio, è un interlocutore con cui «la buona fede è un concetto inesistente». E l'attacco con droni contro navi indiane in uscita dallo Stretto di Hormuz — «completamente respinto», tiene a precisare — «è assolutamente inaccettabile». Mezz'ora dopo, o giù di lì, lo stesso Trump annunciava che la guerra era finita.