Dopo innumerevoli annunci andati a vuoto, Donald Trump ha finalmente raggiunto un accordo con l’Iran nel giorno del suo ottantesimo compleanno. Lo aveva annunciato così tante volte che sull’intesa sono aleggiati dubbi fino all’ultimo, soprattutto dopo i massicci raid israeliani sui sobborghi meridionali di Beirut e le minacce di rappresaglia iraniana. Stavolta, però, il presidente americano ha rabbiosamente richiamato il premier Benjamin Netanyahu, imponendogli di fermarsi e riuscendo così a salvare l’accordo. Come prevedibile ognuno racconta la sua verità: gli Usa parlano di “trionfo storico” e l’Iran sostiene di aver “umiliato” gli Stati Uniti e Israele. Entrambe le parti rivendicano una vittoria schiacciante. Propaganda a parte, nessuna delle due affermazioni è vera, anche perché giovedì a Ginevra, Washington e Teheran firmeranno solo un documento che estende il cessate il fuoco di 60 giorni, consentendo la riapertura dello Stretto di Hormuz e la cessazione della guerra di Israele in Libano, nonché la graduale revoca delle sanzioni contro l’Iran. A questa fase seguiranno i negoziati sulla questione nucleare, sulle scorte di 440 chilogrammi di uranio altamente arricchito e sulle altre complesse questioni in sospeso, come i missili balistici e il sostegno dell’Iran ai proxy nella regione. In altre parole, l’accordo riporta indietro le lancette dell’orologio alla situazione prebellica, ma di per sé non risolve nulla; il difficile arriva ora.