Donald Trump ha percorso in poche ore l’intera parabola della crisi diplomatica in Medio Oriente, tornando al punto di partenza. Dall’annuncio mattutino che prometteva ferro e fuoco contro le infrastrutture iraniane, alla proclamazione pomeridiana di un «grande accordo» per porre fine alla guerra, fino alla brusca retromarcia e all’affondo contro Teheran: «Persone davvero disonorevoli con cui trattare. Con loro non esiste il concetto di buona fede». Parole che suonano curiose da parte di chi, in poco più di due mesi, ha annunciato 39 volte un accordo che, finora, resta ancora latente.
UN’OSCILLAZIONE vertiginosa che riporta la crisi esattamente dove era cominciata e che, ormai, non sorprende più nessuno. Però sembra che i mediatori – Qatar e Pakistan in testa – siano riusciti a costruire un equilibrio precario su segnali contraddittori. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha dichiarato che «è stato raggiunto un testo definitivo e concordato dell’accordo di pace». Il documento al centro della disputa è un memorandum d’intesa, non un trattato di pace definitivo: una cornice negoziale provvisoria che mira a congelare le ostilità per sessanta giorni, aprendo lo spazio necessario a una seconda fase di colloqui tecnici. La firma definitiva era stata ipotizzata da Trump per il fine settimana in una sede europea alla presenza del vicepresidente JD Vance.










