Fra le indiscrezioni sempre mutevoli e contradditorie sulla prospettiva di un accordo con l’Iran, quello che pare sempre più consolidato è il dilemma di Trump – accettare condizioni dettate da Teheran o patire le conseguenze economiche e politiche di una linea dura.
I continui annunci di prossimi possibili accordi alternati a minacce di imminente ripresa delle ostilità (puntualmente seguite da posticipi) indicano che entrambe le opzioni sono pessime per il presidente.
Nella sua metafora preferita delle carte da giocare, quelle che ha in mano sembrano entrambe perdenti. La ripresa della guerra con scarse prospettive di “vittoria totale” e un accordo che nella migliore delle ipotesi riprodurrebbe un facsimile del JCPOA (Joint Comprehensive Plan Of Action) il trattato siglato dieci anni fa dai diplomatici di Barack Obama con garanzie internazionali assai più solide. Nel frattempo, il conto alla rovescia verso le elezioni di midterm, favorisce chiaramente l’Iran.
A QUESTO SI AGGIUNGONO segnali di crescente crisi interna, come le dimissioni improvvise di Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence che ha lasciato la carica venerdì scorso adducendo problemi di salute del marito, nel mezzo di un momento particolarmente delicato che oltre alla guerra mediorientale e le operazioni di sorveglianza connesse alla “deportazione di massa”, vede un acuirsi della crisi cubana che potrebbe preludere a un colpo di mano statunitense.











