Appena uscita la versione ufficiale del Memorandum d’intesa, era chiaro che l’accordo pendesse fortemente a favore della parte iraniana. Le molteplici ragioni sono segnalate da analisti e osservatori di tutto il mondo. Il fatto che oggi vengano descritti come «invidiosi o stupidi», per usare le parole di Trump, non cambia la sostanza delle cose.
ANCHE LE MINACCE dal segretario alla difesa statunitense Pete Hegseth, secondo cui Washington potrebbe tornare a colpire militarmente l’Iran o ripristinare misure di pressione se Teheran non rispetterà gli impegni assunti, restano in questo momento più un avvertimento di facciata che una minaccia concreta. Parlando dei 60 giorni previsti per i negoziati definitivi, Trump ha lasciato intendere che la scadenza non è inderogabile, ma ha comunque ribadito che se l’Iran «non si comporta bene» gli Stati uniti sono pronti a «ricominciare con le bombe».
Dopo il sigillo del vincitore incassato da Teheran agli occhi di buona parte degli analisti politici internazionali, suonerebbe come una mossa poco saggia per l’Iran non mantenere i suoi impegni. Ma resta il fatto che gli Stati uniti, per ricominciare le ostilità, possono sempre trovare una scusa. Il problema di fondo è che gli Usa si sentono anche giudici della causa. Di certo non saranno Pakistan o Qatar, mediatori dell’intesa, a obbligare Washington rispettare gli impegni presi, né a impedire a Tel Aviv di continuare a colpire il sud del Libano.















