Dagli Stati Uniti, in questo festival di Cannes all’insegna della forzata carestia – ricorda certi disastri dell’agricoltura sovietica anni 30, il grano doveva crescere dove indicato dal piano quinquennale di Stalin, non nella fertile Ucraina – sono arrivati solo due film. Indipendenti, vale a dire non usciti dai grandi studi. “Paper Tiger” di James Gray è prodotto da Leone Film Group (scrive Forbes) assieme a Vice Pictures, guidata da Leonardo Maria Del Vecchio – quello che ora occupa le pagine economiche con il gigantesco prestito che gli servirà per sistemare le questioni ereditarie. Indipendenti anche i distributori: l’ormai celebre Neon che ha la sua parte di applausi quando compare nei titoli di testa.Il secondo regista americano ammesso da Thierry Frémaux è Ira Sachs, con “The Man I Love”. Titolo rubato a un brano di George e Ira Gershwin, nel repertorio di Ella Fitzgerald e Barbra Streisand (bloccata a New York per via di un ginocchio, doveva essere l’ospite della serata di chiusura, sabato sera). Nel film è Rami Malek a cantarla, quasi a sussurrarla davanti al microfono, tirandone fuori tutta la solitudine e la disperazione. Produzione indipendente, uno potrebbe osare fino a “casalinga”: professionisti riuniti sotto varie sigle.Rami Malek – lo abbiamo visto nel ruolo di Freddie Mercury in “Bohemian Rhapsody”, poi come psicoanalista Douglas Kelley in “Norimberga” – è nato in California da genitori egiziani copti. Deve la celebrità alla serie “Mr Robot”, cappuccio della felpa in testa e aria misteriosa. Nel film di Ira Sachs è Jimmy George, un attore malato di Aids che nella New York negli anni 80 si prepara al suo ultimo ruolo in un musical, vestito da donna. Allora l’Aids non perdonava, il compagno gli prepara le vaschette per le medicine da prendere ogni giorno, ma ormai è troppo tardi. Jimmy dimentica le parole che deve recitare, e cerca il brivido di un nuovo amore nel giovanotto del piano di sotto.Non vincerà la Palma d’oro, forse. Davanti a film che non spiccano – escluso Pedro Almódovar con il suo “Amarga Navidad”, da oggi nelle sale italiane – i gusti delle giurie sono più imprevedibili che mai. Speriamo non siano ancora tutti innamorati di Thomas Mann, e dei suoi patemi, mentre si fa festeggiare dalla Germania dell’est e dell’ovest, e non versa una lacrima per il figlio suicida Klaus. Ci sarebbe anche la Queer Palm, riservata ai film che raccontano vite gay. E non abbiamo ancora visto – non potete sapere le difficoltà di prenotazione, credono di aver risolto in problema con proiezioni in una multisala fuori Cannes, a un quarto d’ora d’auto se va bene, da percorrere con appositi bus – “Minotaur” del russo Andrei Zvjagincev.Il regista di “Il ritorno”, premiato con il Leone d’oro alla Mostra di Venezia nel 2003, ha rischiato di morire dopo essersi ammalato di Covid, complicato da una setticemia di origine ospedaliera. Ricoverato in Germania, Zvjagincev è rimasto in coma per più di un mese. Al risveglio non era più capace di camminare. Altri mesi in clinica per la riabilitazione. Intanto Putin aveva invaso l’Ucraina. Con moglie e figli, si è stabilito a Parigi e ha ricominciato a lavorare. “Minotaur” è il film della rinascita, nei punteggi dei critici internazionali è secondo solo a “Fatherland” di Pawel Pawlikowski. Nella lotteria delle prenotazioni, risulta sempre tutto esaurito.E’ uno dei film perduti a Cannes. Speriamo di poterlo ricuperare subito al cinema. Nel programma 2026, per simulare una ricchezza che non c’è, è stata ingigantita la sezione Cannes Première: film francesi in uscita nei prossimi mesi.