C’è una assenza presente o, se preferite, una presenza assente a Cannes 79, e si chiama Hollywood. I film degli studios si son tenuti alla larga, solo in Concorso si vedono i due liocorni, gli indie Paper Tiger di James Gray e The Man I Love di Ira Sachs, e sulla Croisette fa un po’ freddo. Splende il sole, ma la temperatura emozionale, e persino emotiva, è al ribasso: c’è un elicottero a far la spola tra un patrimonio e una photo opportunity per il ricc(astr)o di turno, ma non più le frecce tricolori francesi a celebrare roboanti sul Palais des festivals Top Gun: Maverick con, anzi, di Tom Cruise. Era il 2022, ed è un secolo fa: oggi di Top Gun c’è (stata) solo la proiezione in spiaggia dell’originale, anno di grazia 1986.
E sì che l’ultimo divo globale per immagini e suoni, Cruise, era tornato pure l’anno scorso, per Mission: Impossible – The Final Reckoning: non triste, non solitario, ma final, sì. 365 giorni dopo, Hollywood sta a guardare, e Cannes, con il (delegato) generale Thierry Fremaux pesca nell’album dei ricordi: il neozelandese Peter Jackson, all’anagrafe cinematografica Signore degli Anelli, Palma d’Onore; Vin Diesel con il modernariato rombante di Fast & Furious; Guillermo Del Toro per (ri)benedire Il labirinto del fauno; Jane Fonda al tappeto, Demi Moore in giuria – che già le registe sono appena cinque su ventidue film in Concorso, il 50/50 è pia illusione, e non ci si mettano pure le star a sperequare.













