Invece di prendere il toro per le corna, ovvero di affrontare lo snodo chiave dell’ambiguità del ruolo culturale delle istituzioni pubbliche, i vari camerati ‘picadores’ di Fratelli d’Italia continuano a punzecchiarsi sul caso della Russia alla Biennale di Venezia. Il ministro Giuli invoca le dimissioni della rappresentante del suo ministero nel Consiglio di amministrazione della Biennale; il presidente della Commissione Cultura Mollicone reclama addirittura una qualche dichiarazione di ‘personae non gratae’ nei confronti degli invitati russi, ché se si trattasse di personale diplomatico dovrebbe essere rilasciata dalle massime autorità dello Stato.

I leghisti, tanto per non smentirsi, difendono l’allargamento alla Russia in nome della ‘libertà dell’arte’: sic, senza nemmeno entrare nel merito dell’idealizzazione dell’arte – bisognerebbe aver letto almeno Adorno – si tratta di una manifestazione in tutto e per tutto di Stato, con organizzatori, protagonisti e opere scelti politicamente dai governi, in primis quello italiano. E poi, casomai, è il curatore delle varie rassegne che deve garantire libertà di contenuto, l’ente dovrebbe organizzare e finanziare.

Per parte sua, ignorando gli ex amici ‘picadores’ ma interloquendo con il Foglio di cui è stato esimio giornalista, quel torero siciliano dal cognome quasi paradossale di Buttafuoco, il Pietrangelo voluto come Presidente della più importante istituzione culturale pubblica italiana da Giorgia Meloni, risponde sventolando la bella muleta rosso scarlatta della Biennale del dissenso. Che sarebbe poi un evento commemorativo della straordinaria manifestazione organizzata nel 1977 da Carlo Ripa di Meana, con il consenso politico del solo Bettino Craxi e il boicottaggio militante del Partito Comunista, in ben altro contesto internazionale e appunto non come vera e propria Biennale, ma come rassegna extra, informale.