Aprire o non aprire, censura o non censura. Il ritorno di una delegazione russa alla Biennale di Venezia ha aperto una voragine (o meglio, una trincea stile Donbass) sia nel mondo dell’arte sia in quello della politica, arrivando a mobilitare i rappresentanti di ben 22 governi, oltre alle stesse istituzioni europee, contro Pietrangelo Buttafuoco, direttore dell’evento che ha difeso a spada tratta la presenza della delegazione moscovita.

Lo scrittore ha rivendicato «l’autonomia di una istituzione che da 130 anni in una città speciale e particolare, qual è Venezia, costruisce il sentiero dove chiusura e censura sono ancora una volta fuori dall’ingresso della fondazione Biennale di Venezia». E per quanto riguarda Libero, la scelta su quale fosse la posizione corretta da prendere sull’argomento pareva semplice. Sostanzialmente, il commento sarebbe stato una fotocopia di quelli già pubblicati per il direttore d’orchestra russo Valerij Gergiev o per il pianista Alexander Romanovsky, ai quali si è stupidamente impedito di lavorare in Italia per le loro posizioni filo-putiniane. Assalti senza senso solo sulla base delle loro posizioni politiche e della nazionalità, simili ai tentati assalti agli artisti israeliani arrivati in Italia durante la guerra a Gaza. Il tutto negando un principio sacro, ovvero che la cultura non dovrebbe essere inquinata dalle scorie della politica e dei conflitti tra i paesi. Né si possono chiedere abiure o patentini politici agli artisti nati nelle nazioni “sbagliate”.