Ha provato a evitare qualunque polemica con il "grande assente", il ministro Alessandro Giuli, anche se una mezza frase ha fatto capire che il presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, i conti non li ha ancora chiusi.
Oggetto del contendere, come noto, è la "sfida" che la Fondazione ha lanciato alla politica e alla diplomazia, con l'annuncio della riapertura del Padiglione russo alla prossima Mostra internazionale d'Arte. "Di quel che non si può dire si deve tacere", ha risposto sibillino Buttafuoco ai giornalisti, citando Wittgenstein a margine dell'inaugurazione del Padiglione centrale dei Giardini di Castello, a Venezia, completamente rinnovato a seguito di un importante intervento di restauro e riqualificazione lungo sedici mesi. A fare gli onori di casa, oltre a Buttafuoco, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e il presidente del Veneto, Alberto Stefani. Per il MiC - che intanto è al lavoro sulle carte inviate dalla Fondazione, per verificare eventuali violazioni del quadro sanzionatorio europeo nei confronti di Mosca - è arrivato il vicecapo di gabinetto Valerio Sarcone.
Se Buttafuoco ha mantenuto la consegna del silenzio, almeno fino al referendum sulla giustizia in programma nel weekend, più conciliante è stato Stefani, che si è detto convinto che Giuli "verrà qui nei prossimi giorni, nelle prossime occasioni e sono assolutamente convinto che non mancherà l'apporto del governo alla Biennale. Nessuno è qui a fare questioni di carattere geopolitico, siamo qui per garantire uno spazio libero all'arte". L'arte, ha quindi sottolineato, "non deve essere la scusa per fare la guerra e per lo scontro, ma deve essere un'occasione di pace, uno spazio libero" Più deciso invece Brugnaro, il quale ha promesso che "se il Governo russo facesse propaganda saremmo noi i primi a chiudere il Padiglione", poi ha ricordato di "essere filo-ucraino: abbiamo gemellato Venezia con Odessa e la Russia è l'aggressore, ma noi non siamo in guerra col popolo russo e l'arte è aperta".








