Con l’attacco di Stati Uniti ed Israele ai danni dell’Iran sono tornate di moda espressioni quali “crisi energetica” o “shock petrolifero”. Hanno senso? Proviamo a metterla giù semplice. Facciamoci delle domande e diamoci delle risposte, come direbbe Marzullo.

1. Siamo in presenza di uno shock? Tecnicamente si è presenza di uno shock quando l’offerta di un bene (tipo appunto il petrolio) si riduce drasticamente a parità di domanda. Non è questo il caso.

Le infrastrutture produttive dell’Iran non sono state di fatto colpite. 2. Dopo l’invasione russa in Ucraina abbiamo avuto uno shock? Sì perché molti paesi dell’Ue hanno smesso di acquistare petrolio e soprattutto gas dalla Russia. La decisione è stata resa ancora più grave da un’operazione di massiva manutenzione di molte centrali atomiche francesi e quindi terminata con l’esplosione del gasdotto Northstream che collega Russia e Germania. Dimenticavo, pure la Germania ha chiuso le sue centrali nucleari. Insomma non ci siamo fatti mancare nulla. Guerra e follie green hanno ridotto drasticamente l’offerta di energia. Ricordate le bollette da mille euro, no? 3. Come è fatta una crisi energetica? Nel 2022 il prezzo a termine (ad un anno) dell’energia elettrica in Germania è arrivato a 1.000 euro a MWh. Oggi nel pieno della crisi siamo sotto i 90. 4. Perché allora il prezzo del petrolio e del gas salgono? Perché siamo in presenza di una strozzatura logistica. L’Iran minaccia di colpire le navi con petrolio e gas a bordo che attraversano lo stretto di Hormuz. Da qui si entra e si esce dal Golfo. 5. Può la strozzatura indurre ad una diminuzione dell’offerta? Purtroppo il rischio c’è. Il Kuwait ha già annunciato una riduzione della produzione. Se non arrivano le petroliere a caricare il petrolio non saprebbe dove stiparlo una volta estratto. Il Golfo (e le navi che stazionano) sta diventando una sorta di immenso deposito galleggiante e decentralizzato.