l rischio geopolitico continua a salire e sui mercati energetici torna a fare paura. Le quotazioni del petrolio martedì 13 sono balzate di circa il 3%, ai massimi da due mesi, sul timore di un imminente intervento militare degli Stati Uniti anche in Iran: Paese che come il Venezuela è sotto sanzioni da anni, ma che ha un peso molto maggiore come fornitore di greggio, con una produzione che tuttora è intorno a 3,2 milioni di barili al giorno.
Teheran potrebbe anche ostacolare la navigazione delle petroliere nello Stretto di Hormuz, collo di bottiglia strategico all’imbocco del Golfo Persico: un’eventualità cui i mercati petroliferi guardano da sempre con forte allarme, anche quando si tratta di uno sviluppo poco probabile.
In parallelo anche la guerra tra Ucraina e Russia è tornata al centro delle attenzioni del mercato: droni di Kiev continuano a colpire le infrastrutture energetiche russe (solo martedì 13 sono andati a bersaglio contro ben tre petroliere nel Mar Nero). E gli attacchi – sommati al maltempo, che rallenta la riparazione di danni causati da altri droni – hanno fatto crollare le esportazioni di greggio kazakho attraverso l’oleodotto Cpc.
Il “taglio” all’offerta in questo caso non è teorico: Astana è avviata ad esportare 800/900mila barili al giorno questo mese, il 45% in meno di quanto aveva previsto a dicembre. La sua produzione di greggio e condensati ha dovuto frenare : nei primi 12 giorni di gennaio si è ridotta del 35% rispetto al mese scorso, scrive Reuters.








