Greggio alle stelle e crisi energetica globale? È presto per dirlo. L’attesa per la riapertura oggi dei mercati dopo l’attacco di Usa e Isrele all’Iran è ovviamente grande. Gli occhi sono tutti puntati sul prezzo del petrolio, con gli analisti che prevedono rialzi tra il 5 e il 15% fino a uno scenario oltre i 100 dollari al barile. Il Brent ha chiuso venerdì a poco meno di 73 dollari, dopo essere già aumentato di oltre il 20% dall'inizio dell'anno. E ieri negli scambi fuori mercato la quotazione è già balzata a 80 dollari.

Ma diversi segnali invitano alla cautela. Intanto c’è l'Opec+, che ieri ha concordato di aumentare la propria produzione di 206.000 barili al giorno a partire da aprile. Una quota inferiore a quella che molti trader avevano ipotizzato.

Il che può dipendere sia da una valutazione ottimistica dello scossone sia dalla consapevolezza che qualsiasi mossa, al di là del valore simbolico, potrebbe avere uno scarso impatto reale sul mercato, se dovesse proseguire l'escalation del conflitto. Il tema è lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 25% del petrolio e del gas mondiale, compreso gran parte di quello dell’Opec: l'attività si è quasi fermata ieri, con centinaia di petroliere che hanno gettato l'ancora nelle acque aperte del Golfo davanti allo Stretto. L'Iran «mantiene ancora una capacità sproporzionata di destabilizzare i mercati energetici globali», ha sottolineato il Financial Times. La principale fonte di preoccupazione per il mercato è l'influenza di Teheran, reale o percepita, sul traffico marittimo e i possibili attacchi contro le infrastrutture energetiche. Maersk, la più grande compagnia di trasporto container al mondo, ha già comunicato che interromperà fino a nuovo ordine il transito delle navi cargo attraverso lo Stretto di Hormuz per motivi di sicurezza, e la società di navigazione Msc ha sospeso tutte le prenotazioni per il trasporto di merci dirette in Medio Oriente.