Le proteste in Iran riaprono il capitolo del rischio geopolitico sui mercati petroliferi, riportando l’attenzione su un equilibrio che, per ora, resta fragile ma sotto controllo. Il timore non riguarda solo la stabilità interna del Paese, ma anche un possibile irrigidimento delle politiche commerciali e un’escalation militare che potrebbero incidere sulla produzione e soprattutto sulle esportazioni di greggio.
Secondo BloombergNef, nello scenario base il Brent dovrebbe attestarsi in media a 55 dollari al barile nel 2026, a condizione che la crisi iraniana non si traduca in uno shock per il mercato globale. Ma le simulazioni mostrano quanto il quadro possa cambiare rapidamente: una rimozione totale delle esportazioni iraniane, ipotesi estrema oggi ritenuta poco probabile, spingerebbe il Brent fino a 71 dollari al barile nel secondo trimestre 2026, con un possibile picco medio di 91 dollari nel quarto trimestre se l’interruzione dovesse protrarsi.
L’Iran è il quinto produttore di greggio dell’Opec+, con circa 3,3 milioni di barili al giorno. Dall’inizio delle proteste, il Brent ha superato i 66 dollari, toccando i livelli più alti da ottobre 2025. Eppure, sottolinea BloombergNef, nei prezzi è incorporato solo un premio di guerra limitato, stimato in circa 4 dollari al barile.






