L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran sta mettendo sotto forte tensione i mercati energetici. I rischi legati allo Stretto di Hormuz – snodo cruciale per i flussi di energia – potrebbero trasformarsi in una minaccia per l’economia globale qualora il conflitto dovesse proseguire. «Un conflitto limitato a pochi giorni o settimane dovrebbe avere un impatto contenuto. Tuttavia, se il conflitto dovesse continuare, le conseguenze macroeconomiche potrebbero essere significative e andare oltre il tema dei prezzi dell’energia», sottolinea Ruben Nizard, Head of Sector Research, Coface. «In caso di interruzione prolungata, il Brent potrebbe raggiungere fino a 147 dollari al barile», dopo la fiammata di lunedì 9 marzo, vicino ai 120 dollari con rialzi fino al 30% circa. Il rialzo è stato dovuto «soprattutto al maggiore 'premio' per il rischio geopolitico, più che a interruzioni immediate e concrete delle forniture», osserva l'esperto. Prima dell'escalation, il mercato petrolifero era ampiamente in surplus con un’offerta abbondante, sostenuta dai produttori non Opec+ e dal rapido riassortimento delle scorte. Questa situazione manteneva i prezzi sotto pressione (in media 68 dollari al barile nel 2025), ma il conflitto ha cambiato lo scenario, reintroducendo un’incertezza estrema sulla sicurezza delle forniture.