In condizioni normali, circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto (Gnl) mondiale attraversa lo Stretto di Hormuz, uno dei choke point più sensibili del sistema energetico globale. Oggi quel passaggio è tutt’altro che normale. Gli attacchi militari contro l’Iran, iniziati a fine febbraio, e il successivo blocco dello Stretto hanno innescato una nuova crisi energetica. Il petrolio è tornato a sfiorare i 100 dollari al barile, mentre i flussi di Gnl restano fortemente limitati, nonostante la tregua temporanea e la riapertura del corridoio marittimo.

È da qui che parte l’analisi del World Resources Institute, think tank internazionale con sede a Washington attivo su clima, energia e sviluppo sostenibile, che studia l’impatto delle politiche energetiche e ambientali sulle economie globali. La crisi, scrive l’istituto di ricerca, sta mettendo in evidenza una frattura netta tra sistemi energetici. Da un lato, i Paesi come l’Italia ancora fortemente legati ai combustibili fossili importati, esposti a volatilità dei prezzi e rischi geopolitici. Dall’altro, quelli che negli anni hanno investito in sistemi energetici “puliti”, basati su produzione domestica e fonti non fossili. Secondo World Resources Institute, è proprio questa differenza strutturale a spiegare perché l’impatto della crisi non sia uniforme.