La prima conseguenza dell'attacco sferrato da Israele e Stati Uniti contro l'Iran è anche la reazione forse più temuta per i mercati. Teheran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale dell'energia globale. Su quelle acque transita il 20% del petrolio globale e il 30% del gas naturale liquefatto. Barili che in gran parte navigano alla volta dell'Asia Orientale, con la Cina primo mercato di destinazione, ma anche verso la Corea del Sud, l'India, il Giappone.

«La chiusura dello Stretto di Hormuz è attualmente in corso a seguito dell'aggressione contro l'Iran», hanno annunciato nel pomeriggio di ieri le Guardie della rivoluzione islamica, i pasdaran iraniani. Una decisione nell'aria da tempo. Già un anno fa il Parlamento iraniano aveva votato una mozione per chiedere il blocco del passaggio, uno dei punti chiave dei commerci internazionali.

Alla riapertura dei mercati petrolio e gas saranno gli osservati speciali. Venerdì con la notizia dell'estensione dei colloqui a Ginevra tra Stati Uniti e Repubblica islamica il petrolio ha chiuso in rialzo di quasi il 3%. Il Brent portandosi a ridosso dei 73 dollari, ai massimi da giugno. Il Wti a 67,2 dollari.

Secondo un'analisi di Filippo Diodovich, di Ig Italia, che venerdì, dopo i colloqui, aveva preso in considerazione una serie di scenari, il quadro che prevede il blocco di Hormuz avrebbe come possibile reazione un aumento del prezzo del petrolio tra il 5% e il 15%, con gli impatti maggiori sul brevissimo termine. Secondo Capital Economics, citato dal Wall Street Journal, «interruzioni prolungate della produzione iraniana di greggio o un blocco dello Stretto di Hormuz potrebbero contribuire a far salire il prezzo del petrolio sui 100 dollari, trascinando con sé anche i prezzi del gas naturale».