Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

1 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 18:11

Almeno 150 petroliere ferme nelle acque aperte del Golfo. È la prima fotografia concreta degli effetti della decisione annunciata sabato sera dai Pasdaran dopo gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele all’Iran: la chiusura dello Stretto di Hormuz. L’impatto sui prezzi si vedrà con l’apertura delle contrattazioni lunedì mattina. Secondo Bloomberg, quello che si profila è “uno scenario da incubo per i mercati globali”. La mossa può innescare un effetto domino che, partendo dal settore energetico, finirebbe per travolgere il potere d’acquisto delle famiglie facendo nuovamente esplodere l’inflazione. Con probabili conseguenze sugli stessi equilibri interni degli Usa, dove il tema dell’andamento dei prezzi è caldissimo e a novembre si vota per il Midterm. In più i Paesi importatori subirebbero pesanti pressioni sui conti pubblici e sulla crescita economica. I grandi produttori hanno tentato di correre ai ripari decidendo, domenica, un aumento della produzione. Che potrebbe però servire a poco se le forniture non potranno uscire dal Golfo Persico.

Lo stretto braccio di mare tra Iran e Oman è il principale collo di bottiglia energetico del pianeta. Collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano e da lì passano petrolio e gas in arrivo dai principali produttori del Golfo – inclusi Arabia Saudita, Emirati e Iraq, oltre allo stesso Iran – destinati ai mercati di Asia, Europa e Nord America. Secondo l’Energy Information Administration statunitense, attraverso Hormuz transitano almeno 20 milioni di barili di greggio al giorno, pari a un quinto del totale mondiale, e la stessa quota del commercio globale di gas naturale liquefatto, in larga parte proveniente dal Qatar. Più dell’80% dei flussi è diretto verso l’Asia.