Se c’è un aspetto su cui tutti concordano, nel mare d’incertezza in cui i mercati sono ripiombati per l’escalation mediorientale, è il fattore “tempo”. Tanto più ampia sarà la durata delle operazioni militari, tanto più profonde le saranno le conseguenze sugli equilibri economici e finanziari globali. Epicentro delle scosse è il costo dell’energia. Il Wti che quotava sui 65 dollari prima della partenza dei missili di Usa e Israele è arrivato a superare quota 85, il Brent la soglia dei 90 con un balzo di oltre 20 punti che non si vedeva dal 2022. A differenza della crisi russo-ucraina, segnalano gli analisti, al momento non siamo di fronte a una rottura irreversibile, come fu il divorzio dagli idrocarburi di Mosca. Lontani anche gli anni Settanta: rispetto ad allora la quantità di petrolio necessaria per produrre un’unità di Pil si è più che dimezzata. Se le armi tacessero, è il ragionamento, la retromarcia delle quotazioni potrebbe esser rapida tanto quanto l’avanzata dell’ultima settimana.

Prezzi su, crescita giù

Resta il fatto che dal caro energia, legato alla paralisi dello Stretto di Hormuz, alla ripartenza dell’inflazione e quindi all’azionare il freno all’economia globale il passo è breve. Ed è la preoccupazione numero uno anche alla Casa Bianca, che ha nel radar le elezioni di midterm e tenta di stemperare la tensione concedendo una deroga all’India per raffinare il greggio russo e allentare i vincoli di offerta sul mercato globale.