Tre navi e migliaia di marine inviati verso il Medio Oriente hanno alimentato i timori che il conflitto in Iran possa andare oltre le quattro settimane inizialmente auspicate dal presidente statunitense Donald Trump che ieri ha escluso un cessate-il-fuoco. Risultato il prezzo del petrolio è tornato a salire, portando il Brent a 112 dollari al barile e il Wti a 98 dollari; i bond sovrani sulle due sponde dell’Atlantico iniziano a dare segnali di pressione e le borse sono in rosso dall’Asia, all’Europa fino a Wall Strett, nella paura che i rincari possano alimentare l’inflazione e spingere le banche centrali a una politica monetaria restrittiva. Soltanto il gas ha in parte tenuto e ad Amsterdam i contratti con scadenza ad aprile hanno chiuso in calo a 59,3 euro a megawattora.

La terza settimana di conflitto è terminata. Gli spettri della guerra si sono sommati alla generale volatilità che sui listini Usa contraddistingue l’ultimo venerdì di marzo, uno dei “quattro giorni delle streghe”, come sono chiamati in gergo, nei quali, in contemporanea, vanno a scadenza future e opzioni su indici e azioni. L’ipotesi che la Federal Reserve possa rinunciare quest’anno a tagliare i tassi per far fronte all’impennata dei prezzi ha contribuito alle vendite.