Un’intelligenza (acuta), un’oratoria (puntuta), un impegno civile e politico (mai domo), una traiettoria insomma che Gianni Brera, ovvero il suo mito tra le penne gloriose di Repubblica, avrebbe saputo come raccontare. Il penalista barese Michele Laforgia, fondatore dell’associazione La giusta causa, è testimone costante del portarsi nel mondo dell’informazione, della cronaca della politica del nostro giornale fin dal principio. E al compimento del mezzo secolo di Repubblica, riavvolgiamo con lui il nastro fino al prossimo futuro.
Laforgia, che ricordo conserva della nascita di Repubblica, tra l’altro in una stagione particolare, in cui lei stesso si affacciava alla vita “politica”.
«Lo ricordo bene, perché fu un evento. Nel 1976 ero già un giovanissimo militante, all’epoca portavamo i quotidiani (il Manifesto, Lotta Continua, l’Unità) piegati, nella tasca posteriore dei jeans, come segno di appartenenza alla nostra “comunità di destino”. Repubblica cambiò, per sempre, il rapporto della sinistra con i giornali perché non era espressione dei partiti e neppure del “movimento”, allora ancora molto forte in tutto il Paese. Rappresentava un’opinione pubblica libera, critica e in prima fila nel dibattito pubblico, che solo molto tempo dopo abbiamo definito come “società civile”, prendendo in prestito, non sempre in modo appropriato, la categoria gramsciana».















