«Li ricordo bene i giorni in cui Repubblica aprì una redazione a Palermo. Quella era una città che ancora risentiva degli effetti nefasti delle stragi di mafia, ma anche una città che faticosamente stava cercando di reagire». All’epoca, nel 1997, Giancarlo Caselli era procuratore della Repubblica.

Cosa significava un’altra voce, un’altra redazione in quella città così duramente provata dalla violenza mafiosa?

«Alla paura che non ci fosse più niente da fare — parole di Nino Caponnetto — seguiva, anche se faticosamente e a fasi alterne, l’impegno di molti a Palermo per fare resistenza e impedire che il nostro Stato diventasse uno stato-mafia capace di travolgere la democrazia. Una nuova redazione significava poter contare su un qualificato arricchimento di conoscenza e di approfondimento dei problemi della città, in un quadro che contemplava anche spazi di critica responsabile, preoccupata cioè di individuare e incentivare le possibili soluzioni praticabili».

Che impegno era per la magistratura in quegli anni?

«Un impegno in prima linea della procura e della magistratura giudicante, ciascuno nei limiti delle rispettive competenze. Per un paio d’anni fu anche possibile