Marco Bellocchio, lei è stato uno dei lettori di Repubblica fin dal primo numero. C’è un ricordo personale che lega il suo cinema a questo giornale?

"Sì. Quando ho visto la grande fotografia di Moro sulla spiaggia di Maccarese, bimbi e genitori in costume, il caldo, il leader dc sorridente in giacca e cravatta. Un’immagine che si apriva a un racconto, a una drammaturgia più complessa. Da lì ho scoperto tutta una serie di mondi che nel mio primo film su Moro non erano stati affrontati e che hanno poi costituito, diciamo, il romanzo di Esterno notte. Quella fotografia mi ha dato l’immagine dell’esterno, mentre l’altro film, Buongiorno, notte, era tutto nel buio del carcere, della prigione. È stata una sollecitazione, un’illuminazione che nasceva da quell’immagine”.

Prima pagina di Repubblica del 21 aprile 1978

C’è stato un periodo in cui ha sentito che Repubblica fosse particolarmente necessaria: gli anni di piombo, Tangentopoli, il berlusconismo?

"Sicuramente gli anni di piombo, il sequestro Moro. In quel momento Repubblica ha saputo mettere a fuoco la tragedia che stava avvenendo. Non che gli altri giornali non ci riuscissero, ma lì Repubblica si è rivelata davvero come un quotidiano originale, con una sua identità forte. Poi sì, anche Tangentopoli. Io allora leggevo quasi esclusivamente Repubblica, era il mio giornale, e tutta Tangentopoli l’ho seguita lì. Però con il tempo mi sono progressivamente allontanato da una posizione di condanna giudiziaria totale. Non perché i corrotti non lo fossero, ma perché il senso della giustizia, almeno per me, si è fatto più complesso. La storia non si lascia mai ridurre a schemi semplici. Falcone, Borsellino, i processi: Repubblica era il giornale a cui credevo di più. Poi i tempi sono cambiati, tutto è cambiato, la politica è irriconoscibile rispetto ad allora”.