Non è stato semplice essere figlio di Marco Bellocchio e nemmeno scegliere di fare due mestieri, l’attore e il produttore, «in un Paese come il nostro, in cui essere eclettici non è ammesso, perché sembra sempre che fare una cosa tolga all’altra». Pier Giorgio Bellocchio, 50 anni, figlio del grande regista (che per tutta l’intervista chiama Marco) e dell’attrice Gisella Burinato, è riuscito nelle varie imprese, forse perché, come dice lui stesso, «sono un uomo fattivo, ma non un campione di razionalità», e forse anche perché ha saputo fare tesoro di esperienze diverse e contrastanti: «Mia madre viene da una famiglia pragmatica, che ha portato avanti attività commerciali, legate al rapporto con il pubblico. È ovvio che tutto questo si sia andato a unire e a scontrare con una dimensione completamente diversa, quella della famiglia Bellocchio. Questo fa di me la persona che sono, concreta, ma anche abituata a muoversi seguendo pancia e cuore più della testa».
Ha iniziato, piccolissimo, come attore, poi è diventato produttore. Come mai?
«Sono due mestieri differenti, che non hanno un nesso diretto. Ho cominciato a recitare pensando di fare l’artista, amo farlo, e forse è quello che farei sempre. Quello che invece non amo è la vita degli attori, non mi si addice, non mi fa stare bene. Ho recitato in modo continuativo, ma non ho mai raggiunto quel picco che ti mette fra i “top ten”. E allora bisogna essere coscienti, vedo tanti colleghi della mia età frustrati e rancorosi, si guardano intorno e pensano di aver subito dei torti… ecco, io quella dinamica lì la trovo insopportabile, non ci volevo vivere».







