"Come per Moro di 'Esterno notte', sono stato colpito per 'Portobello' da un'immagine, quella di Enzo Tortora stupefatto che esce in manette dalla caserma, trova tanti giornalisti e fotografi e si chiede: perché sono qua? Cioè non sapeva darsi una risposta, era come un incubo da cui non c'è risveglio".
Così Marco Bellocchio introduce a Roma la serie in sei puntate sul caso Tortora, già presentata a Venezia e dal 20 febbraio sulla nuova piattaforma HBO Max, che racconta una magistratura alle prese con un grande caso di malagiustizia.
Mentre Fabrizio Gifuni che interpreta Tortora dice: "Si tratta ogni volta di restituire la complessità di un essere umano, perché non esistono esseri umani banali o bidimensionali. Anzi, anche le persone che incontriamo apparentemente più insignificanti nascondono dei mondi meravigliosi. Tortora, si è detto tante volte, è un antipatico di successo, un personaggio così popolare che arrivava fino a 28 milioni di italiani e che aveva però una parte d'Italia che non simpatizzava con lui".
La serie parla di una magistratura in parte inetta, di certa politica, di terrorismo, camorra, dissociazione e, infine, anche della latitanza Rai di fronte all' arresto del presentatore. Tutto inizia nel 1982 quando 'Portobello' vola a 28 milioni di spettatori in prima serata e Pertini nomina Tortora Commendatore della Repubblica. È il re assoluto della Tv anni '80. Proprio in quel Giovanni Pandico (Lino Musella), uomo di fiducia del boss Raffaele Cutolo e spettatore assiduo di Portobello dalla sua cella, decide di pentirsi. Interrogato dai giudici fa un nome inatteso: Enzo Tortora. Quando il 17 giugno 1983 i carabinieri bussano alla sua stanza d'albergo, Tortora pensa a un errore, ma è solo l'inizio di un'odissea che Bellocchio racconta puntualmente con grande fascino.










