"Mi attirava il fatto che non era un eroe, ma una persona comune con cui non condividevo nulla, neppure la dimensione estetica anche se lui era, a suo modo, anche un grande lettore.

L'essere poi un liberale dichiarato me lo rendeva del tutto estraneo, eravamo a quei tempi impegnati ideologicamente in altre direzioni e lo guardavamo così con un certo distacco chiedendoci: 'Chi si crede di essere mai questo intellettuale all'inglese?'". Così al Lido Marco Bellocchio spiega la sua visione di Enzo Tortora a cui il regista ha dedicato 'Portobello', una serie in sei puntate Hbo Original (per la nuova piattaforma streaming Hbo Max), che sarà pronta a marzo, presentata fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.

"Improvvisamente - continua poi il regista de 'I pugni in tasca' - quando Tortora è stato messo dentro, essendo completamente innocente, ho sentito il desiderio di raccontare la sua storia come rappresentazione di un'ingiustizia perpetrata troppo a lungo. Tra l'altro lo spunto mi è venuto dalla lettura dal suo libro 'Lettere a Francesca' ovvero quello che lui ha scritto alla sua compagna, Francesca Scopelliti, dal carcere". La serie, di cui sono pronte per ora solo le due prime puntate, è altamente politica con la denuncia di una magistratura inetta, proprio come certa politica, risvolti su terrorismo, camorra e dissociazione dalla criminalità, ma anche della latitanza Rai di fronte all'arresto del conduttore. Siamo nel 1982 e Tortora (Fabrizio Gifuni) con 'Portobello' vola a 28 milioni di spettatori in prima serata e con Pertini che lo nomina commendatore della Repubblica. È il re assoluto della tv anni '80. Giovanni Pandico (Lino Musella), uomo di fiducia del boss Raffaele Cutolo e spettatore assiduo di Portobello dalla sua cella, decide di pentirsi. Interrogato dai giudici fa un nome inatteso: Enzo Tortora. Quando il 17 giugno 1983 i carabinieri bussano alla sua stanza d'albergo, Tortora pensa a un errore. Dice Bellocchio: "Quella vicenda fu una ferita che ha lasciato un segno profondo sulla sfondo di un'Italia che sta nel frattempo cambiando faccia. Iniziai comunque ad appassionarmi a questa vicenda anche per capire come mai un personaggio cosi popolare avesse accumulato tanta antipatia. Un uomo poi comunque di una libertà totale nel prendere posizioni, uno che aveva scontato sette anni di esilio per aver criticato la Rai e la sua dirigenza e si batteva per le tv libere. In quegli anni scriveva cose di grande forza in un personaggio né democristiano, né comunista e massone".