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17 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 7:50

Negli ultimi 25 anni ha preso piede in Italia una brutta abitudine culturale e politica, fondata sulla confusione tra i concetti di legalità e moralità. Chi scrive è figlio di un magistrato: ho sempre avuto ben presente la differenza tra l’esprimere un giudizio in un tribunale ed esprimere un’opinione al bar con gli amici. Al bar non c’è bisogno di prove inconfutabili, in grado di documentare e certificare l’innocenza o la colpevolezza di qualcuno o di qualcosa. Esistono scelte e comportamenti che, pur non essendo considerati reati dal codice penale, sono più che criticabili per chi riveste incarichi pubblici. Per esempio essere iscritti a una loggia massonica o a un’altra delle consorterie occulte che pretendono di condizionare le scelte di partiti e governi, pur non essendo esse sottoposte al giudizio né al voto dei cittadini.

C’era una volta la sanzione reputazionale: non ti portava necessariamente in carcere, ma ti costringeva ad abbassare gli occhi in pubblico; e, se facevi il politico di mestiere, ti obbligava e rendere conto al tuo elettorato. Per esempio un cittadino mediamente informato non ha bisogno di sentenze definitive per considerare “immorali” alcune azioni di personalità istituzionali incensurate come il magistrato Corrado Carnevale (il giudice di Cassazione che si guadagnò l’appellativo di “ammazzasentenze”), il magistrato Ugo Zilletti (vicepresidente del Csm iscritto alla P2, indegno successore di Vittorio Bachelet) o il vergognoso Presidente della Repubblica Francesco Cossiga (pessimo ministro dell’Interno nel 1978, pessimo Presidente del Consiglio nel 1980, salì ignominiosamente al Quirinale nel 1985).