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Ultimo aggiornamento: 12:28
di Massimiliano Di Fede
Nel 2016, di fronte al tentativo di Matteo Renzi di stravolgere l’architettura costituzionale, scelsi il NO. Oggi, a dieci anni di distanza, ci ritroviamo davanti a una sfida analoga, ma ancora più insidiosa. Il referendum del 22 e 23 marzo non è solo una consultazione sulla giustizia; è un passaggio cruciale per la tenuta democratica. Voterò NO per ragioni che intrecciano l’etica pubblica e la difesa tecnica dei contrappesi dello Stato.
Piero Calamandrei ammoniva che, quando si discute della Carta, i banchi del governo dovrebbero essere vuoti: la Costituzione è di tutti, non di una maggioranza contingente. Questa riforma, invece, nasce come un atto di forza di una destra che sembra voler regolare i conti con la storia. È difficile non leggere in questo attivismo il desiderio di rivalsa di chi, provenendo da una tradizione politica che si è sentita “defraudata” dal dopoguerra in poi, vede oggi l’occasione per abbattere l’ultimo baluardo contro l’arbitrio: l’indipendenza della magistratura, unica garanzia contro quei rigurgiti fascisti che hanno segnato il nostro ventennio fino al dopo guerra.








