Il referendum del 22 e 23 marzo non mette in discussione soltanto una riforma della giustizia. Mette in discussione anche un sistema di potere che per anni ha condizionato il modo in cui la giustizia è stata raccontata e utilizzata nel dibattito pubblico italiano. Un sistema fatto di relazioni, protezioni reciproche e narrazioni mediatiche costruite sempre nello stesso modo: da una parte i magistrati “giusti”, dall’altra i bersagli da colpire. In mezzo, una parte dell’informazione pronta a trasformare atti giudiziari, intercettazioni e notizie riservate in strumenti di battaglia politica. È questa la vera posta in gioco del voto. Ed è anche il motivo per cui da settimane assistiamo a una campagna così aggressiva contro la riforma. Perché, se dovesse vincere il Sì, salterebbe definitivamente uno schema che gli italiani hanno imparato a conoscere fin troppo bene: indagini coperte dal segreto che diventano improvvisamente materiale per titoli di giornale, intercettazioni pubblicate a orologeria, ricostruzioni mediatiche costruite prima ancora che i processi abbiano avuto inizio.Una giustizia raccontata più nei talk show che nelle aule dei tribunali. È questa la vera fanghiglia che negli anni ha avvelenato il rapporto tra una parte della magistratura e una parte del mondo dell’informazione. Eppure c’è ancora chi fa finta di non vederla.
Referendum, la difesa selettiva del sistema giudiziario | Libero Quotidiano.it
Il referendum del 22 e 23 marzo non mette in discussione soltanto una riforma della giustizia. Mette in discussione anche un sistema...















