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Ultimo aggiornamento: 7:55
di Davide Trotta
A poco meno di tre settimane dal giorno fatale, Sì e No del referendum sulla giustizia si contendono senza esclusione di colpi la scena politica, biecamente ridotta a un teatrino di contrapposizioni: lo scenario che si presenta è più simile all’accanita rivalità di un derby che al confronto anche virulento, purché costruttivo, presupposto dall’agone politico. D’atra parte abbassare tutto a uno scontro tra tifoserie è antico esercizio della nostra politica. Ma nello scontro sulla giustizia la riflessione si allarga inevitabilmente al rapporto tra politica e cittadini, se è vero che la politica, nella veste dell’attuale governo, pare aver donato proprio a noi il privilegio di sventrare la Costituzione in una sezione, probabilmente la più complessa per l’alto e oscuro contenuto giuridico.
Riformare la giustizia richiede competenza, acribia, acume: demandare questo incarico delicato a noi cittadini sembra un atto di eccessiva fiducia nella nostra capacità di discernimento, a voler essere ottimisti. A voler essere in malafede, potrebbe essere un subdolo atto con cui si dà in pasto una materia così delicata a persone perlopiù prive del bagaglio necessario a giudicare. Sgombriamo il campo da ipocrisie: se l’attuale governo non fosse piombato sui nostri schermi con la questione referendaria, quale disgraziato cittadino avrebbe mai annoverato tra le sue priorità la separazione delle carriere, il sorteggio delle correnti del Csm e tanti altri tecnicismi che un Paese esangue economicamente non sentiva il bisogno di ascrivere tra le sue esigenze primarie?






