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Ultimo aggiornamento: 18:28

di Enza Plotino

Il fatto che sia già stato tentato non toglie gravità all’atto! Non entro nel merito dei quesiti del referendum costituzionale del 22/23 marzo perché penso che sia la procedura ad essere inaccettabile: affidare a colpi di maggioranza la modifica della Costituzione è quanto di più sconsiderato ci sia, politicamente e istituzionalmente. Rendere la Carta costituzionale non un patrimonio comune del Paese, ma l’espressione di scelte di parte, nelle quali i partiti che ne rimangono fuori, e il loro elettorato, non si riconoscono, è un atto destabilizzante dell’ordine sociale, politico o statale costituito, che ha governato il percorso condiviso dell’Italia verso una democrazia compiuta.

Il partito vincitore – arrivato al potere per la prima volta con una premier di chiara espressione del postfascismo e delle forze che lo sostengono e con una scarsa rappresentatività (per questo governo ha votato il 20% di chi è andato a votare) che l’ha trasformato nella “minoranza politica più votata nella forza parlamentare di maggioranza assoluta” – potrebbe essere in grado di cambiare da solo la Costituzione e stravolgere il modello fatto proprio dai Costituenti: una casa comune, un punto di riferimento per tutti, modificabile soltanto con un ampio consenso, dato per scontato anche alla luce del sistema proporzionale all’epoca vigente. Questo impianto potrebbe essere scardinato da forze minoritarie nel Paese, sia pure con l’àncora di salvezza del referendum oppositivo.