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Ultimo aggiornamento: 14:38

Fatalmente, spiazzando Giorgia Meloni e la maggioranza schierata compatta per il Sì, il referendum sulla Giustizia è scivolato lungo la china del confronto politico. La questione dirimente – i sette articoli della Costituzione che la riforma Nordio vorrebbe polverizzare – sono trasmigrati sul terreno dello scontro politico a tutto campo. Senza esclusione di colpi, spesso con colpi sotto la cintura in spregio alle regole del confronto e della contrapposizione delle idee, degradati a insulto e a manipolazione di qualunque evento si presti allo scopo.

A destra come a sinistra si percepisce il valore squisitamente politico del referendum, ben oltre la questione specifica, seppure importante e dirimente. In gioco può finire per essere la salute politica della premier e della sua maggioranza. Una sconfitta alle urne del 23 e 24 marzo, quanto più ampia e sonora tanto più esplicitamente significativa, ridurrebbe l’una e l’altra ad un’anatra zoppa.

Valga l’esempio del governo Renzi, baldanzosamente andato alla verifica popolare sul progetto di riforma costituzionale nel 2016. Renzi non resistette alla tentazione di intestarsi personalmente la consultazione, finendone travolto. Meloni ha fatto di tutto per schivare la trappola, tuttavia gli eventi l’hanno scavalcata, che il referendum investirà prima di ogni altra cosa proprio la presidente del Consiglio e la sua agibilità politica nello scorcio finale della legislatura.