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27 FEBBRAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 6:40

Stretta fra i marosi di Scilla e Cariddi, Giorgia Meloni fatica a reggere il timone della nave sulla rotta del Sì al referendum. Il dubbio la assilla: restare fuori dalla feroce contesa sulla riforma della Giustizia, lasciando le briglie sciolte a Nordio e alle strampalate uscite boomerang del ministro e dei colonnelli della destra, palesemente fuori controllo? Ignorare le catastrofiche performance dei cavalieri della destra inciampati rovinosamente sulla vicenda del poliziotto di Rogoredo, difeso a prescindere come vittima della magistratura salvo scoprire che l’uomo in divisa si era effettivamente macchiato dell’omicidio a sangue freddo del pusher? Abbandonare al proprio destino il campo di Agramante del Sì al referendum, permettendo a Bocchino, Bignami e camerati vari di lanciare offensive continue e immotivate contro la magistratura, trasformando il referendum in un derby fra politica e giudici?

Oppure, ragiona Meloni, scendere in campo e governare il confronto, abbandonando i toni incauti adoperati per censurare, manipolandole, le sentenze civili che hanno condannato lo Stato a indennizzare la nave Sea Watch illegalmente trattenuta in porto a causa della negligenza del prefetto di Palermo e l’algerino espulso con la procedura sbagliata? Difficile controllare tutti. L’ennesima uscita harakiri, dal sottosegretario Fazzolari, uno dei ventriloqui di Meloni: “In Russia non c’è la separazione delle carriere. Putin voterebbe No”. Una battuta? Sì, ma micidiale per il fronte del Sì. L’ennesimo regalo al fronte del No.