Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

12 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 14:32

“Se perdo il referendum non mi dimetto”. Una promessa, le parole pronunciate da Giorgia Meloni? No, una excusatio non petita e, forse, la profezia destinata ad avversarsi. La premier legge i sondaggi, quelli veri, sente puzza di bruciato e teme di fare la fine di Renzi nel 2016. Deve prendersela con sé stessa e con la sua corte e una comunicazione-propaganda dai toni feroci e sgangherati che sta facendo pendere la bilancia verso il No. Da terreno di confronto sulla Giustizia infatti la sfida è scivolata sullo sdrucciolevole patinoire del giudizio dirimente sul suo governo. Meloni Sì? Meloni no?

Sbagliato ripetere il trito refrain (copyright Silvio Berlusconi): “I giudici ci impediscono di governare, la riforma della giustizia serve”. La riforma della Giustizia non serve a renderla migliore e più efficiente. Serve per rimettere al proprio posto i giudici “politicizzati”. Ovvero a cuccia. Dove non diano fastidio alla politica. In preda al panico, il governo affonda nelle proprie patenti contraddizioni che smascherano il vero obiettivo finale della riforma: smontare le guarentigie della Costituzione e trasformare l’Italia in un paese illiberale, sul modello dell’Ungheria dell’amico Orban, fedele sodale di Meloni e di Trump.