Per lei una certezza su tutte, ripetuta ad ogni occasione buona: «Non farò la fine di Matteo Renzi», che sul referendum si è giocato un governo col vento in poppa. Ma se la lancetta delle urne chiamate a decidere sul futuro delle toghe dovesse fermarsi sul no, per Giorgia Meloni la tenuta del governo, che fin qui non ha subito grossi scossoni, rischierebbe di farsi di gran lunga più difficoltosa, obbligandola a navigare in acque tempestose come mai prima. Anche per questo la premier ha rotto gli indugi, decisa a metter la faccia sulle ragioni del sì – in agenda un evento con gli altri leader di maggioranza – ma anche a “bastonare” la magistratura ogni qual volta presti il fianco. O lei, la presidente del Consiglio, scorga un spazio per un affondo.
A preoccuparla un referendum che arriva alle battute finale della legislatura, con la campagna elettorale entrata nel vivo, e che, in caso di sconfitta, servirebbe sul piatto dell’opposizione un argomento ghiotto, visto che di tutte le riforme costituzionali messe nero su bianco nel programma elettorale nessuna ha tagliato il traguardo. Quella sull’autonomia differenziata è uscita azzoppata dai rilievi della Corte Costituzionale, mentre il premierato – la “madre di tutte le riforme” – rischia un sì a metà, ammesso che il disco verde arrivi, col referendum da fissare al prossimo giro di boa perché in questa legislatura i tempi per “chiamare” le urne son già finiti da un pezzo.






