È una vecchia strategia retorica quella che, interpretando in modo unilaterale o fraintendendo le parole dell’avversario politico, prova a ribaltare sudi lui le accuse che solitamente egli rivolge ad altri. L’ha usata ieri Michele Serra nella sua Amaca quotidiana su Repubblica. Partendo dalle parole pronunciate da Giorgia Meloni nel corso di un comizio, egli ha individuato in esse lo stesso modo di ragionare della tanto da destra vituperata cultura woke.

Insomma, una Meloni e una destra campioni del politicamente corretto semplicemente ci mancavano! Superato l’imbarazzo che si ha già solo a leggere una siffatta tesi, è opportuno seguire il discorso di colui che fu un tempo direttore di Cuore, una rivista produttivamente dissacrante (e autodissacrante) che oggi a sinistra sarebbe letteralmente impossibile. Cosa sarebbe mai l’insistenza, si chiede Serra, con cui il primo ministro giudica irrilevante essere chiamato “il” presidente o “la” presidenta, ove la seconda espressione sarebbe sicuramente un errore grammaticale, da matita blu, essendo il termine presidente un partecipo presente che regge di necessità l’articolo di riferimento? Quindi “il” o “la” presidente, a seconda dei casi.

«Una donna che pretende di farsi chiamare il presidente», secondo Serra «ha deciso di deviare dalle regole della lingua italiana per ragioni ideologiche: ed è precisamente quanto le sinistre rimproverano alla cultura woke, stortare la realtà per adattarla al proprio sentimento». Secondo Serra «nessuno avrebbe mai preteso di chiamarla “presidenta”, non essendo così cretini, così caricaturali, le sue oppositrici e i suoi oppositori» (si noti l’accortezza dell’espressione che nella lingua italiana è una inutile ripetizione che contravviene al quel rasoio di Occam che suggerisce di non moltiplicare gli enti senza necessità: il termine “oppositori” è infatti sufficuente indicando per convenzione entrambi i generi).