Ernesto Galli della Loggia proprio ieri richiamava in un editoriale la politica alla responsabilità di parole in grado di interessare e coinvolgere un elettorato ormai disilluso. Una prospettiva che diviene sempre più lontana stando agli studi sul linguaggio politico polarizzato. La sua funzione è escludere e non coinvolgere, delegittima e non anima un confronto. Lo spiega bene un libro appena uscito di Riccardo Piroddi (HarBif Editore) che analizza l’odio politico che proviene da sinistra con un titolo, Vi abbiamo già appeso per i piedi una volta, che proprio a un insulto verso l’avversario di destra si richiama (la prefazione è di Andrea De Priamo, la postfazione di Giuseppe Pezzotti). L’autore sottolinea che in questo contesto la «politica ha perso il suo carattere tecnico e negoziale, per assumere quello di un’arena simbolica, dove si gioca la legittimità morale dell’avversario».

Anche chi vota a destra subisce una delegittimazione: «Gli elettori di destra vengono spesso dipinti come l’incarnazione di un’Italia retrograda, reazionaria, grezza, ignorante, sessista, razzista, omofoba o, addirittura, incline alla violenza e alla deriva autoritaria». Anche da destra arrivano spesso toni irrisori e poco rispettosi ma ciò che rende particolarmente insidiosa la retorica dell’odio proveniente da sinistra è il tipo di legittimazione culturale e istituzionale di cui gode. Piroddi mostra come l’odio «veicolato da settori della sinistra tende a essere normalizzato, minimizzato o, persino, celebrato. Viene spesso camuffato da ironia sofisticata, da critica satirica e giustificato come una reazione alla presunta minaccia esistenziale che la destra rappresenterebbe per i valori democratici». Tra gli esempi più eclatanti il “bastarda” pronunciato da Roberto Saviano contro la premier o il ritorno agli slogan radicali degli anni ’70 contro i “fascisti”. Proprio negli anni ’70 ha origine infatti «una grammatica dell’intolleranza che continua a plasmare il discorso pubblico contemporaneo».