Che i referendum appena svoltisi avessero per la sinistra un valore soprattutto interno lo aveva ammesso candidamente la stessa segretaria del Pd qualche giorno prima del voto: «Non è una resa dei conti. È autocritica». Ora, quella stessa autocritica ci piacerebbe sentirla nei commenti sul voto dei leader della sinistra, ma ciò non accade. Anzi, in una sorta di capovolgimento della realtà, sentiamo parlare addirittura di una lezione inferta al governo da milioni di votanti. Cosa avrebbero pensato i vecchi comunisti di questo comportamento? Non è difficile rispondere: avrebbero parlato di infantilismo politico. Non avevano torto, almeno da questo punto di vista: non c’è politica ove non c’è un’analisi seria, rigorosa, persino impietosa, della realtà in atto, dei rapporti di forza che ne spiegano le dinamiche. Rapporti che una forza che si dice progressista deve tener presente per agire senza sbattere la testa.

Nelle vecchie riunioni dei comitati centrali o delle direzioni dei partiti comunisti, il leader, nella relazione introduttiva (spesso lunga e noiosa ma ascoltata con fideistica attenzione dai partecipanti), seguiva uno schema prefissato. Egli partiva da un’analisi della situazione internazionale, da essa faceva discendere le problematiche più specifiche al proprio paese, individuava quindi le (spesso presunte) contraddizioni del sistema e spiegava come secondo lui bisognava muoversi per inserirsi in esse e volgerle a vantaggio del Partito. Il tutto a partire da una lucida e spietata analisi degli errori commessi in precedenza. Era una sorta di autoconfessione collettiva interna che però non terminava con l’assoluzione, bensì con un rinnovato impulso all’azione che nasceva proprio dalla volontà di non commettere più certi errori.