Nonostante la linea dei vertici dei partiti di centrosinistra sia quella del bicchiere mezzo pieno, per cui i risultati del referendum (non valido) sono comunque un segno positivo, qualche crepa si apre. Dentro e tra i partiti. Nel Pd gli scricchiolii si erano sentiti subito, man mano che i risultati arrivati, con i riformisti (non tutti, alcuni) decisi a indicare gli errori. Ieri è stata una giornata relativamente di tregua interna. L’assemblea della minoranza è stata rinviata. Si aspetta che la segretaria convochi una direzione nazionale. Unica eccezione, Debora Serracchiani che, in un lungo post su Facebook, dopo aver dato atto che il Partito Democratico, piaccia o meno, ha fatto i conti con la propria storia (questo il senso del referendum contro il jobs act), ha aggiunto che, però, «ora si tratta di guardare avanti». E che «la base elettorale del referendum è un patrimonio, ma non è sufficiente per costruire l’alternativa alle destre». Ha ricordato che «l’antiberlusconismo non bastava a vincere». Anche oggi «per battere Meloni non basterà schierarsi contro».

Ed è intervenuto anche Alessandro Alfieri, coordinatore di Energia popolare, l’area riformista del Pd, criticando la strategia usata dal Pd prima del voto: «Sarei stato molto più attento a politicizzare il voto, non avrei usato le parole “avviso di sfratto” a Meloni, starei più attento a non confondere un referendum con le elezioni politiche. Sono logiche diverse. Sarei molto più prudente».