Caro direttore,
sono andato alle urne. Ho espresso il mio voto. Ma resta difficile ignorare la lunga catena di errori commessi da chi ha promosso questi referendum, trasformandoli da strumenti di partecipazione popolare in un maldestro tentativo di ribaltamento politico. La sinistra ha scelto di caricare la consultazione di un valore simbolico spropositato, cercando di farne una prova di forza anti-governativa. Una strategia che ha finito per alienare una parte dell'elettorato e per ridurre la credibilità stessa dell'iniziativa. Chi ha demonizzato l'astensione come attentato al «dovere civico» del voto, solo pochi anni fa la celebrava come forma legittima di dissenso. Una giravolta che ha alimentato il sospetto di una strumentalizzazione di parte, dettata più dall'opportunità politica del momento che da un reale principio democratico. A ciò si è aggiunta una narrazione manichea, spesso confusa, in cui il voto veniva presentato come una scelta tra luce e tenebra. E poi, l'ultima nota di colore: il tentativo patetico di rivendicare come vittoria il 30% scarso di affluenza. Come se bastasse a rappresentare un intero campo politico. Ridicolo tanto quanto chi, dall'altra parte, pensa di poter intestarsi il 70% di astensione come se fosse un voto pro-governo. La verità è che milioni di italiani semplicemente si sono disinteressati. Ma per capirlo servirebbe una politica che ascolta e non predica. Cosa che è sempre più merce rara.













